domenica, Gennaio 23, 2022

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L’Italia ha chiuso i conti con il suo passato coloniale?

di Dayan al-Rumi

L’attuale dibattito sul passato coloniale italiano, aperto con il deturpamento della statua di Montanelli a Milano, ha riportato l’attenzione sull’annoso tema del rapporto degli italiani con il proprio passato.

Prima di affrontare il tema, è necessario soffermarci su chi porta avanti l’idea di “decolonizzare” l’Italia: i fautori di queste istanze si rifanno al grande dibattito avvenuto a cavallo tra anni ’60 e anni ’70 sul tema del colonialismo e dei suoi lasciti.

Tale dibattito è stato utile per scrostarsi di dosso le mitologie ottocentesche del “fardello dell’Uomo Bianco” e della “missione civilizzatrice”, portando una più realistica rappresentazione dei rapporti tra Europa e “Terzo Mondo”: non i civilizzatori che portano la modernità a genti barbare e nemmeno semplice sfruttamento sistematico da parte dei popoli colonialisti di popolazioni autoctone viste con il filtro del Buon Selvaggio, che ha preservato una purezza originaria davanti alla corruzione della modernità, bensì la cooperazione e competizione di una piccola componente della popolazione europea e delle varie leadership africane che strumentalizzavano a fini interni il legame prima con i mercanti europei e poi con le autorità coloniali.

Nel caso italiano la prima colonia italiana, l’Eritrea, era nata grazie a una concessione commerciale della Società Rubattino acquistata poi dallo Stato italiano dopo il fallimento della società sulla base di un accordo con i sovrani locali, o come in Somalia, dove i sultanati cercarono il protettorato italiano in funzione anti-ottomana. È doveroso ricordare come in tutti i paesi europei prima della Prima Guerra Mondiale le avventure coloniali erano sostenute da una esigua minoranza, senza un consenso di massa del colonialismo. Accanto a queste letture che aiutarono a sviluppare il dibattito storico, ve ne fu una che sottolineava il fatto che non vi erano stati studi approfonditi sull’uso di armi chimiche da parte dell’esercito italiano durante la guerra contro l’Etiopia del 1935-36: se da un lato i lavori dello storico Del Boca hanno permesso di superare questa pagina cancellata dalla memoria storica italiana, dall’altro sono stati strumentalizzati a fine politico.

Questa strumentalizzazione si basa su una lettura che vede nell’Italia repubblicana un paese ancora fascista e che necessita quindi di fare i conti con il suo passato fascista e coloniale espiando le proprie responsabilità e subendone le conseguenze che invece sono state evitate grazie all’allineamento del paese con il blocco occidentale, individuando nell’atteggiamento improntato al “italiani brava gente” la prova più evidente di questo atteggiamento benevolo verso il passato coloniale.

Questa visione si infrange tuttavia con la condotta dell’Italia repubblicana dopo la Seconda guerra mondiale: il paese è stato infatti vicino ai paesi del terzo mondo, basti pensare alle iniziative a favore del Movimento dei Non Allineati e delle istanze africane alle NU, e ne ha portato avanti e tutelato le istanze nel consesso delle potenze occidentali, non senza conseguenze. Ad esempio, Enrico Mattei e l’Eni, con i loro accordi favorevoli ai paesi produttori di petrolio e sulla via della decolonizzazione, rappresentarono una spina nel fianco per il cartello delle Sette Sorelle.

La costruzione dell’immagine degli “italiani brava gente” non è responsabilità di un “complotto” delle istituzioni repubblicane dell’immediato dopoguerra, ma un sentire comune sia in Italia, sia all’estero, basti pensare alla memoria collettiva russa sugli “Italianski karasciò” o a quella greca “Grecia e Italia, una faccia una razza”, nonostante entrambi i paesi sono stati invasi da truppe italiane durante la Seconda guerra mondiale.

Alcuni italiani si sono macchiati di crimini per i quali non sono stati puniti, tuttavia il paese ha ripagato le sue ex colonie molto più di quanto avrebbe potuto fare l’impiccagione di qualche criminale di guerra, senza contare che non mancano eccidi e crimini contro italiani non risarciti in alcun modo, come quello di Mogadiscio nel 1960 o l’espulsione della comunità italiana in Libia e l’esproprio dei suoi beni nel 1971: con il trattato di pace di Parigi del 1947 l’Italia ha pagato le sue riparazioni per la guerra in Etiopia senza contare la restituzione dell’Obelisco di Axum.

Con l’ottenimento dell’amministrazione fiduciaria in Somalia l’Italia ha contribuito alla costruzione di uno stato moderno sostenendo economicamente un paese povero di risorse già dal periodo coloniale e ha sostenuto la lotta per l’autodeterminazione del popolo eritreo quando era sottoposto a occupazione etiope.

Con la Libia si ha avuto un esempio di come l’Italia si è mostrata l’ex potenza coloniale che non solo non fa del suo passato un motivo di ipocrita autoflagellazione ma di opportunità di riparare i torti commessi: il trattato di amicizia del 2008 con la Libia riconosceva i massacri compiuti contro i Senussiti in Cirenaica e predisponeva riparazioni da pagare alla Libia.  

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