domenica, Gennaio 23, 2022

"We value meritocracy because this is a family where we grow up together"

Città, Radici e Futuro

Rifuggiamo la nostra indifferenza verso il Passato che ci circonda e che è parte integrante del nostro Essere!

Erano gli ultimi giorni di agosto dell’estate del 2020 e mi ritrovavo a passeggiare per le strade del centro di quella città in cui da sempre vivo e che da secoli risponde alle diverse forme del nome di Pesaro; il Sole era alto nel cielo e già il clima si era fatto torrido, quando, alzando gli occhi, rividi un edificio a me caro, un palazzo dove avevo trascorso un intero lustro e che, nel Bene o nel Male, era entrato a far parte della mia vita: il Liceo Terenzio Mamiani.

Liceo Mamiani, sede centrale.

Alla sua vista, familiare ma allo stesso tempo permeata da un sempiterno senso di inspiegabile novità, come quella che proverebbe un novello liceale che si appresta a varcare per la prima volta la soglia del Futuro, mi sovvenne alla mente un flusso di ricordi lontani e non potei che ripercorrerne le vicende passate, che, ai tempi, avevo attentamente studiato: è un istituto dalla storia travagliata, che vide la luce nel lontano 8 giugno 1884, quando, con Decreto Regio di Umberto I, venne inaugurato e dedicato a Terenzio Mamiani della Rovere, ministro dell’istruzione, letterato, nonché cugino di Giacomo Leopardi.

Terenzio Mamiani della Rovere

Divenne così parte integrante della città e trovò la sua prima collocazione in Piazza del Monte, tutt’ora esistente; ivi rimase fino al 6 ottobre 1926, data in cui si trasferì nella sua nuova sede principale, via Palestro, successivamente rinominata viale A. Gramsci, dove è permaso attraverso i decenni, sino a giungere al Presente.

Re Umberto I di Savoia

In tempi recenti, tuttavia, esso è divenuto il fulcro di innumerevoli diverbi e dibattiti, aventi come punto d’unione la volontà di scardinarlo dal centro cittadino e di trasferirlo in altre sedi, che ben poco hanno a che fare con la sua Storia e con il passato di Pesaro. Una di queste manovre, che mi vide coinvolto in prima persona, avvenne nell’anno scolastico 2013/2014: da un po’ di tempo avevano avuto inizio i lavori di ristrutturazione in un sito secondario, sede del liceo delle scienze umane, e con la scusa di voler tutelare la stabilità dell’edificio di via A. Gramsci, ritenuto incapace di ospitare l’elevato numero di studenti, il più antico dei tre indirizzi, ossia il liceo classico (il terzo e ultimo è rappresentato dal liceo linguistico) venne trasferito d’imperio in una zona di periferia in cui si trova il campus scolastico di Pesaro, noto da diversi anni per via delle pessime condizioni che tutt’ora lo caratterizzano; all’epoca tuttavia, grazie a molteplici voci di protesta, l’esilio durò un solo anno e tutto si sistemò. Solo negli ultimi tempi, a seguito dell’emergenza creata dall’epidemia da coronavirus, la voce di un nuovo trasferimento era tornata a circolare, inquietando ancòra una volta il mio animo, e sarebbe inutile dilungarsi su come essa sia infine divenuta realtà, conducendo la scuola in un palazzo situato sul lungomare, già al centro di notevoli episodi di malamministrazione.

Liceo Classico T. Mamiani, sede Campus

Tale vicenda è emblematica, poiché sempre più spesso percepisco la volontà di sradicare gli individui, eliminando dalle loro menti ogni legame con la propria terra natia: un processo che passa attraverso gli espedienti sopracitati o per tramite della sistematica contaminazione della lingua e del modo di vivere, volto a creare automi che a tutto rispondono, fuorché all’antica massima del Γνῶθι σεαυτόν (Gnōthi seautón), del Conosci te stesso. Il Passato, a poco a poco, scompare sepolto sotto l’oblio della dimenticanza e oramai, citando la sequenza iniziale di una celeberrima pellicola, molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.

Una guerra al Passato e al Futuro

Si delinea, di anno in anno, di giorno in giorno, una guerra silenziosa, il cui fine ultimo pare essere l’eliminazione di ciò che è stato, unitamente all’indottrinamento delle nuove generazioni, sicché i popoli cancellino dalla propria coscienza, volontariamente e con manifesta fierezza, l’attaccamento alla loro identità e la consapevolezza delle vicende che hanno caratterizzato il corso della Storia. Pochi sono coloro che si oppongono e spesso, proprio come ci racconta Platone attraverso il Mito della Caverna, quando un uomo si libera dalle catene che lo imprigionano e prova a condurre i suoi simili verso la Luce, questi ultimi gli si rivoltano contro e non si farebbero scrupoli a ucciderlo; ai tempi del primo trasferimento del mio liceo, ci fu solo un numero esiguo di persone disposte a battersi al mio fianco contro tale decisione e ancòra rimembro come alcuni fra i miei compagni di classe fremessero all’idea di essere relegati in quello che definivano con espressioni quali “un posto più figo”, “un luogo pieno di vita” o con altri modi di dire tipici del lessico giovanile contemporaneo per la maggior parte a me avulso e inviso.

Conosciamo nuovamente noi stessi, costruiamo il Futuro!

Conosci te stesso

L’ingiusto trattamento cui è stato ed è tuttora sottoposto il mio liceo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero portare al fine di descrivere il ridicolo suicidio dell’Occidente.

“Che sarà mai? Il Centro non dista poi così tanto”, “Cosa vuoi che sia dovertene andare dalla tua città per lavorare? Avrai solo migliori prospettive! Starai molto meglio”: sono frasi che costituiscono la preghiera giornaliera degli animi apolidi, per cui qualsiasi attaccamento, a un luogo siccome alla casa, rappresenta un’onta che nulla potrebbe mai lavare via dai loro corpi che risplendono di cosmopolitica superiorità.

Se solo costoro fossero poi coerenti con le parole che dicono!

Infatti è molto facile sentire gli stessi individui che ci esortano a fuggire lamentarsi poi delle problematiche legate al decadimento e all’abbandono dei centri storici delle nostre città, le medesime città in cui molti di loro si trovano a vivere, circondati da Storia e agi di ogni ordine e tipo. Le riflessioni che essi fanno sono giustissime, ma a che pro lamentarsi adesso, dopo che, per anni e anni, hanno innestato le giovani menti con l’idea che il loro paese fosse permeato unicamente di vecchiaia, di fatiscenti ruderi belli a vedersi, ma privi di qualsivoglia utilità.

È prioritario, per noi giovani, cellule della Patria, riprendere in mano il nostro destino, il destino delle nostre città, tessuto vitale del Paese; è d’uopo riscoprire e conservare non solo le grandi vicende della Storia, ma anche le vicissitudini legate al più piccolo dei borghi; è fondamentale salvaguardare le nostre radici dalla siccità ideologica, cosa che, a differenza di quanto ci viene fin troppo spesso propinato da media e intellettuali, non comporta in alcun modo l’odiare le identità altrui, o l’essere uno xenofobo.

È vero, forse sarò solo un ingenuo idealista, destinato a combattere questa mia battaglia privo di qualsivoglia aiuto e a perderla nel più disastroso dei modi, ma vivo, e sempre vivrò, nella convinzione che una singola scintilla di Coraggio possa, un domani, dar vita al fuoco della Speranza.

Piermarco Paci Fumelli
Pesarese; dopo la maturità classica, si laurea in Scienze Biologiche presso l'Università di Urbino, dove intraprendere anche la Magistrale in Biologia Molecolare, Sanitaria e della Nutrizione. Coltiva da sempre una grande passione per la scrittura, il Cinema e la Politica, motivo che lo ha spinto a entrare in GN.

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